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Lotta per la cultura

Inviato da Alessio, 04 ottobre 2011 · 77 views

E' mattina. Una delle tante mattine di Dicembre. Mattina tranquilla insolitamente calda per il periodo. Una qualunque mattina, in fondo non importa, tutte vanno bene per manifestare. Apparentemente sembrerebbe una normale giornata un pò anonima, il traffico in città scorre sempre a fatica e la gente in macchina è pronta per andare a lavoro. Per noi però non è così, non usciamo di casa questa mattina per andare a lavoro, non andiamo nelle nostre facoltà a studiare, non ci fermeremo al solito bar per incontrare amici e colleghi. Oggi ci svegliamo, ci prepariamo e usciamo con la consapevolezza che è un giorno diverso.
Ci avviciniamo al luogo prestabilito sempre con un pò di anticipo, sappiamo bene che l'attesa dona alle persone già presenti un pò di ansia e un pò di adrenalina che sono magiche da scovare negli occhi dei giovani. Il corteo parte dall'università alle nove e trenta del mattino, si dirige verso il centro della città dove a questo si uniranno altri cortei provenienti da differenti scuole e sedi distaccate. Ci guardiamo attorno non c'è poi tantissima gente. Evidentemente non tutti colgono certi tipi di richiami. Non importa, sappiamo bene quanto difficile possa essere abbandonare, anche per un solo giorno, la routine quotidiana che rende le nostre vite cariche di una certa falsa sicurezza che ci è però necessaria. Sappiamo bene e conosciamo l'ansia di buttarsi nell'incerto e un pò pericoloso mondo composto di giovani e meno giovani che non ci stanno. Persone che non si lasciano immobilizzare dalla ripetitività della vita, che non abbassano la testa di fronte agli obblighi sociali a noi imposti da chi non ha faccia e nome. Alcuni di questi giovani portano bandiere, altri uno striscione. Ci sono un gruppo in prima linea che manifesta con caschi da moto sulla testa e tavole con sopra riportati i più grandi nomi della letteratura mondiale. Ci si potrebbe chiedere il motivo di quei caschi, saranno davvero i detriti della nostre scuole e delle nostre università che cadono a pezzi a spaventarli?

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"La cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù."
Henry Brougham



Alcuni di loro hanno il volto coperto. è abbastanza curioso pensare che il timore di ritorsioni li porti a preferire una copertura. Altri invece no. Non ne hanno bisogno. Manifestare è un diritto e non si esercita nascondendosi. il fine ultimo, e loro lo sanno bene, è proprio il lasciarsi guardare in viso, negli occhi.
Se si seguono in maniera ricorrente le manifestazioni a Palermo è come ricadere in un deja vù continuo. i volti dei giovani ragazzi si assomigliano un pò tutti. la manifestazione sembra uguale a una delle tante. In fondo gli ideali che stanno alla base sono sempre gli stessi. è un unico vero ideale che porta a lottare per un istruzione gratuita e libera, per scuole decenti in cui un bambino può formarsi, per insegnanti che non siano solo tutori ma figure chiave nella crescita personale dei giovani. sono gli stessi ideali che portano a combattere per la pace o per la salvaguardia della democrazia quando queste sono minacciate. l'ideale è sempre uno, e i volti dei partecipanti ci sembrano gli stessi. Immortalarli non fa altro che accentuare questa sensazione.
Ma i motivi determinanti questa volta sono differenti. E il messaggio è lampante e ci si propone con una forza dirompente che è la forza delle parole.
Non si ci può chiedere il motivo delle scritte, dei nomi dei grandi autori. La lotta per la cultura e per l'istruzione appare negli occhi dei giovani presenti come l'unico modo per rendere un paese veramente libero. si avanza con i libri in mano pieni di parole che non abbiamo sempre la possibilità di dire. Siamo ciò che i grandi nostri antenati hanno fatto di noi. uomini che hanno sempre lottato affinchè la verità non venisse mai celata anzi svelata attraverso parole poste in fila l'uno all'altra. Ogni tempo richiede una sua lotta, generazioni dopo generazioni i giovani si trovano investiti di questo fardello, sono loro a dover gridare che la cultura rende un popolo libero. Sono sempre i giovani che avanzano in fila, che non mostrano paura. In fondo che paura può avere un ragazzo?

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I veri nemici dei giovani in strada non saranno presenti oggi. Non lo sono mai. I veri nemici oggi saranno nei soliti uffici, tranquilli e ignari della mattinata che si prospetta. Davanti a questi giovani bisognosi di esprimere parole si ritroveranno invece semplici lavoratori. Persone che oggi come ogni giorno sono usciti di casa per andare a lavoro. Ma la loro occupazione oggi sarà quella di fronteggiare questi ragazzi e le loro parole. Si ritroveranno a combattere una battaglia dal lato sbagliato. Saranno costretti anche loro a coprirsi, a indossare caschi e saranno aizzati da una rabbia diversa. Una rabbia che ha colui che svolge il proprio lavoro, rischiando anche la sua incolumità senza ricevere in cambio nulla. La rabbia di chi si batte per qualcosa che non sente. Di chi ha paura.

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Sono pochi, non si tratta di un gigantesco corteo. Studiano le mosse, ascoltano i cori che spesso vengono rivolti anche contro di loro. Tengono manganelli in mano, come un piccolo esercito. Sanno che il loro è un lavoro poco gratificante. guardano in viso i giovani di fronte a loro ammonendoli perchè invece di trascorrere la loro quotidianità, hanno deciso di trasgredire. Loro non possono trasgredire. Anche se vengono insultati, anche se vengono pagati una miseria, anche se le loro famiglie a casa li aspettano agitate. Quando si osservano scene del genere la mente scorre subito a immagini di guerre tra poveri. Tra chi non ha la possibilità e neppure la voglia di optare per una istruzione privata e chi per poco più di mille euro al mese si trova a fare le veci dei grandi potenti e ricchi signori che davvero contano.

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Ma sono loro le fazioni rivali. Non ci sono altri e la rabbia di entrambi porta presto al conflitto. Lo scontro. Esso è l'apice, la conseguenza di scelte e valutazioni sbagliate. La lotta tra chi vuole salvaguardare i diritti e chi vuole proteggere il paese. Si scontrano quasi immediatamente. All'improvviso partono pietre da un lato e lacrimogeni dall'altro. Sembrano le battaglie dei soldati e degli indiani. Di chi viene istruito e di chi si improvvisa combattente.
Nello scontro diretto giovani e meno giovani esprimono rabbia e dolore. Guardare queste scene, immortalarle, rimanere fuori da tutto eppure volerne essere parte, fa venire una certa nostalgia delle normali giornate tranquille. Ma sappiamo bene che oggi non è una di quelle.

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Padri contro figli.
Due generazioni a confronto. Personaggi che si assomigliano. Entrambi non si guardano indietro, hanno gli occhi fissi davanti, tentano di proteggersi anche se in fondo sanno che la voglia di farsi male svanirà immediatamente non appena passerà il momento del confronto diretto. L'uomo non si accorgerà al momento che dietro alla benda vi è un ragazzo, non vedrà occhi di giovane davanti a se. Il giovane non osserverà tutto il resto del corteo che non prende parte a questo momento di sfogo superfluo, non si accorgerà che non tutti avvertono la necessità di affrontare qualcuno perchè combattere battaglie senza nemici è come rincorrere i mulini a vento. Ma i Don Chisciotte del momento stanno in disparte, osservano curiosi come la natura umana si esprime e si realizza in questo miscuglio di ansia e di adrenalina.




Gli scontri durante le manifestazioni sappiamo bene che non sono rari. é affascinante invece notare le differenti forme di dissenso che la creatività umana può concepire. Oltre alle parole pressanti vi è chi si traveste. La morte osserva lo scontro. La scure dritta e puntata. Il fumo rilasciato dai lacrimogeni crea un'atmosfera surreale. Stiamo assistendo passivamente a una guerra ideata a tavolino da chi vuole mettere la gente contro la gente, da chi vuol far passare l'idea che scendere in piazza significhi per forza essere violenti e volere lo scontro. Un monito per i passanti. Non credete a ciò che vi viene detto, non credete neanche a ciò che potete vedere. Proviamo ad ascoltare intimamente le persone che ci circondano. In piazza non vi sono nemici che si confrontano. Non vi sono squadre avverse e non si necessita neanche dell'ombra nera del destino. Ciò che oggi vediamo in strada è la paura e la rabbia da parte di tutti verso un futuro incerto e minacciato. In piazza oggi siamo tutti difensori del paese, siamo tutti patrioti.

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E' patriota chi combatte per i diritti, chi svolge il proprio lavoro, chi si fa beffa dei fratelli che si scontrano e chi documenta, fotografa, racconta e narra delle vicende. Si dice che la parola differenzia la razza umana da quella animale, la capacità di narrare gli avvenimenti crea connessioni tra il nostro passato e il giorno di oggi. Sono presenti varie persone con in mano una fotocamera o anche solo un telefonino per filmare la scena. L'immagine accresce in maniera esponenziale la nostra capacità di comunicare eventi, emozioni e paure a chi non le vive. Con una semplice immagine possono anche essere eliminate le parole, a volte possono causare confusione, la chiarezza non sempre appartiene ai discorsi che facciamo. Immortalare questi momenti, non lasciarli sfumare è un altro modo per combattere. La libertà di parola si concretizza anche nel diritto e nel dovere di non dimenticare.


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Noi siamo oggi qua, ardeva la nostra voglia di presenziare a questo evento. Anche noi oggi rischiamo un pò, ci avviciniamo alla calca speranzosi che la rabbia attorno a noi non ci coinvolga direttamente. Con una macchina fotografica in mano tentiamo di riparare i nostri occhi arrossati e lacrimanti a causa del fumo dei lacrimogeni. ci concentriamo su questa scena, ben sapendo che presto svanirà, che i giovani si allontaneranno, che probabilmente non finiranno la manifestazione che hanno iniziato, probabilmente si lasceranno andare ad altre forme di violenza, magari scagliata su qualche cartello stradale o su qualche vetrina di un negozio di un povero commerciante che non potrà capire il motivo del suo coinvolgimento.
Infatti come da noi previsto, le cose vanno esattamente così. Dopo questo primo momento questo gruppo di giovani si disperde, il corteo continua, il vero corteo riprende il cammino. Ora non si vedono più fazzoletti sul viso o caschi sulla testa. Ora davanti a noi avanzano solo ragazzi sorridenti, tranquilli, felici per quello che stanno mostrando. La loro sfida diviene un'altra, mostrare che chi lotta per un diritto non necessariamente è un violento. La storia ci ha insegnato che anche un sorriso può cambiare il corso degli eventi. Questi ragazzi hanno da tempo imparato la lezione. Essi sanno bene che è più importante comunicare la propria missione, renderla comprensibile a chi ci osserva, non hanno bisogno di figure nemiche. Vogliono arrivare a chi li osserva, vogliono sentirsi compresi da chi li circonda, un messaggio diviene efficace quando viene capito. La comunicazione come la cultura sono determinanti fondamentali del successo di una lotta. Questi ragazzi sanno bene che l'ignoranza può portare alla violenza e che il sapere, invece, è vita.

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"La cultura è la passione per la dolcezza e la luce, e (ciò che più conta) la passione di farle prevalere."
Matthew Arnold, Cultura e anarchia, 1869




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